VERAZNUNT

VeraZnunt, 2008: installation view, mostra “Hayastan-Veraznunt”, Pal. Zenobio, Venezia, 2011
  VeraZnunt, installation view, mostra “Hayastan-Veraznunt”, Pal. Zenobio, Venezia, 2011 PDF
  Interview, “Hayastan-Veraznunt”, Pal. Zenobio, Venezia, 2011
•  VERAZNUNT – 2008; photo-video DV; 5’ 30’’
video / concept / sound: Antonello Matarazzo
voices: Pascual Avedìs Abramian, Maria Ines Abramian
photo resource: photo of Armenian people
sound resource: Canto liturgico armeno
a.matarazzo © 2008
Premio Giacomo D’Onofrio, AV, 2009

VeraZnunt (la rinascita)


Il genocidio armeno è una storia da raccontare in silenzio…
/ The Armenian genocide is a story to be told in silence…

Il genocidio degli armeni ritorna attraverso i ricordi di un uomo anziano, a loro volta tramandati da chi ha realmente vissuto quella pagina dolorosa della nostra storia, relativamente recente.

VeraZnunt (la rinascita)
di Bruno Di Marino, 2008

VeraZnunt è uno dei lavori più esemplari dell’artista avellinese. Punto di partenza è la fotografia di alcuni bambini armeni, la tipica posa della classe scolastica riunita a fine anno; ma dopo aver esplorato la superficie, lo zoom virtuale penetra dentro l’immagine, la vivifica, la fa rinascere (“veraznunt” significa, appunto, “rinascita”)

Partendo dall’estetica affrontata da Matarazzo in diversi altri video, quella perturbante dell’immagine fissa che si anima, che prende vita sbloccando l’istante congelato della scrittura fotografica e incarnando quel punctum di cui parla Barthes, VeraZnunt è in questo senso uno dei lavori più esemplari dell’artista avellinese. Punto di partenza è la fotografia di alcuni bambini armeni, la tipica posa della classe scolastica riunita a fine anno; ma dopo aver esplorato la superficie, lo zoom virtuale penetra dentro l’immagine, la vivifica, la fa rinascere (“veraznunt” significa, appunto, “rinascita”), trasformando la storia in natura, la memoria del passato in riflessione sul presente. Il genocidio degli armeni ritorna attraverso i ricordi di un anziano uomo, a loro volta tramandati da chi ha realmente vissuto quella pagina dolorosa della nostra storia, relativamente recente. Quella memoria si fa scrittura, che invade lo schermo e che si intarsia graficamente con i corpi e con i volti. Quella memoria si fa architettura, movimento, battito. Matarazzo nell’arco dei pochi minuti di VeraZnunt, riesce a cogliere il respiro del tempo, l’ombra di una catastrofe non ancora riconosciuta, di una ferita non ancora rimarginata. Ma nel mantra visivo/sonoro non c’è solo dolore, anche la consapevolezza di un eterno ritorno, che ammonisce. Sono i soggetti ritratti nella foto che ci guardano e ci riguardano. Pur essendo lontani da noi nello spazio e nel tempo. VeraZnunt è l’apologo del non visibile, dell’irrappresentabile, se non attraverso traccia, un’impronta di luce che rimane tuttavia indelebile negli occhi e nell’anima e, come ci spiega Barthes ne La camera chiara, ci punge. Fino a farci sanguinare.

messaggio di Maria Ines Abramian, figlia di Pascual AvedÏs Abramian, voce narrante di VeraZnunt, Olbia 2008

Superare senza dimenticare, dare valore alle fondamenta, guardare le verità indiscutibili e non perdere la caratteristica più genuina che è la propria cultura, le proprie radici. Riprendendo la tua ricerca applicata alle fotografie di archivio, questa volta, mi pare che il tuo lavoro vada molto oltre

il momento precedente allo scatto tecnologico che ipnotizza i protagonisti della foto. Non solo il lavoro di studio che hai realizzato è eccellente, ti ha permesso di approfondire la storia di un popolo sconosciuto ancora per molti, ti ha dato la possibilità di interpretare con criterio adeguato e profondo la vera natura degli armeni, ma anche la tua elaborazione dei dati è di fine genialità, tenendo in conto che il tuo racconto si svolge in pochissimo tempo.

Una fotografia di eccezione per dimensioni e tematica, penso che ti sia risultata ottima per capire al meglio le tipologie antropomorfiche che ti preoccupano e ti stimolano per scavare nella identità umana, tanto meglio l’ambientazione corale che offre l’immagine… in questo caso non si tratta di una mutazione genetica o diversità fisica, ma una identità di gruppo, inteso come etnia, credo e cultura.

La tua giusta moderazione nella segnalazione degli eventi violenti e tragici di un genocidio, attraverso le macchie rosse che lasciano le scritte in scia, parlano di un animo riparatore, che corrisponde alla visione positivista sul futuro di pace tra i popoli. Superare senza dimenticare, dare valore alle fondamenta, guardare le verità indiscutibili e non perdere la caratteristica più genuina che è la propria cultura, le proprie radici. Questo è ampiamente rinforzato dal tuo cenno di brezza che accarezza il prato nascente dopo un inverno gelido, la vita era quasi in letargo. Un prato che rinverdisce è la più bella metafora per un popolo che riacquisisce la speranza di una pace davanti agli ultimi eventi di riavvicinamento ufficiale del mese scorso grazie allo sport (la partita di calcio in Armenia tra turchi e armeni). La delicatezza che hai nel trattare il genocidio armeno concorda con il nostro animo di guardare verso un futuro più dolce e promettente, di crescita e partecipazione nel mondo.

La buona scelta di lasciare in risalto la grafia armena, bella e rara, rinforza senza ripetere il senso di unicità e di tradizione. La tua arte fiorisce nello slaccio del racconto, che è anticipato dalla luce che si avvicina quasi a modo di speranza nell’orizzonte… una “posa infinita”, cioè la foto d’archivio con inverosimile animazione, questa volta oserei dire in versione completa per forma e contenuto. Questo lavoro rappresenta bene il popolo armeno che ha dovuto affrontare persecuzioni, massacri e deportazioni, cancellazione dell’identità, ma che mantiene sempre la volontà di perdurabilità, di sopravvivenza, quasi in forma ciclica, come una ripetizione nel tempo, come un lamento senza sosta.

Questi sono elementi che esponi con chiarezza e che mi sembrano molto fedeli alla realtà. Rinascita, ri-nascita, un nome giusto, per il momento storico che attraversa la nazione armena, eccellentemente supportato dall’animazione che hai realizzato sulla fotografia antica, dove fai risaltare con estro un atteggiamento, un’attitudine e la dignità che si riconosce in queste persone. La presentazione del video in diverse lingue, fa riferimento in modo molto sottile e pacato alla caratteristica di popolo poliglotta che oggi è la diaspora armena dispersa nel mondo. La voce armena di accento straniero, la scritta in armeno imperfetto danno un tono ancora più realistico alle storie che narra il testimone del video. Storie vere che sono i ricordi dell’ultima generazione di superstiti del genocidio armeno.

Il velo in posa sulla fotografia iniziale, richiamando il pudore che caratterizza questo popolo, cosi come la preghiera o i canti che parlano della profonda spiritualità, sono elementi che hai saputo estendere generosamente e senza paura…

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