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Latta e Café - relazione sul progetto Antonello Matarazzo L’idea di questo progetto nasce innanzitutto dall’ammirazione nei confronti di Riccardo Dalisi, un personaggio fuori dalle righe di questi tempi, ma dentro quelle del passato e del futuro come evidenzierò in seguito. Dalisi è un architetto e designer di fama interessato tanto alla produzione industriale quanto all’artigianato, fenomeno in via d’estinzione che lui stesso ha contribuito a far rinascere. Penso a Rua Catalana, una strada tradizionalmente teatro di botteghe di artigianato che da parecchi anni versava in uno stato di abbandono, ma che ora grazie a Dalisi è tornata a nuova vita: oggi gli artigiani lavorano la latta, il ferro e altri materiali, spesso realizzando progetti dello stesso Dalisi o ispirandosi al suo inconfondibile stile. Familiarizzando quindi con la sua multiforme attività, ho pensato di ri-leggerla creativamente attraverso il video, uno strumento che pratico ormai da una decina d’anni. Latta e cafè nasce dunque dall’attrazione fatale di un artista (io) per un altro artista (Dalisi) e, dal momento che di solito il mio lavoro si muove sul versante della sperimentazione, nel bene o nel male non può comunque considerarsi un documentario canonico o un semplice portrait. Ho inoltre sentito l’esigenza di allargare il discorso anche al contesto, a Napoli, infatti c’è una curiosa convergenza tra Dalisi che lavora sui materiali poveri, di riciclo, insomma sugli scarti, e uno dei problemi che in questi ultimi anni ha tormentato Napoli: lo smaltimento dei rifiuti. In questo devo dire di aver trovato il pieno appoggio produttivo di Aurelio De Laurentiis, persona animata da autentica passione non solo per il Calcio Napoli ma per tutto ciò che riguarda la città, il quale mi ha lasciato, come si suol dire, carta bianca. L’opera di Dalisi – che si manifesta in più campi: tra architettura, scultura, pittura, design, teatro ecc. – ha, secondo me, una notevole importanza storica, in quanto, oltre a riportare in auge nell’arte valori quali la spontaneità, l’innocenza e la semplicità, basandosi sulla riscoperta della manualità e dell’artigianato puro, restituisce all’artista il ruolo, troppo spesso dimenticato nei vari settori dell’arte contemporanea, del maestro di bottega della tradizione rinascimentale. A questo si allaccia un altro aspetto fondamentale nell’opera di Dalisi, cioè la sua attività, ormai quarantennale, nel campo dell’animazione con i bambini di quartiere, bambini poveri, spesso veri e propri “scugnizzi” (che lui d’altra parte considera “i suoi veri maestri”) senza alcuna educazione scolastica, ma eccellentemente avviati sulla strada della creatività in tema di architettura, moda e design. Credo ci sia una cosa che emergerà da questa mia impresa e cioè che tra i tanti bambini che compariranno nel documentario colui che emerge con più forza è proprio Riccardo Dalisi, un uomo che, alla soglia degli 80 anni, ha conservato intatto il suo sguardo e il suo spirito ludico e infantile, una caratteristica comune ai più grandi creatori, e che ha fornito all’architetto e umorista Mario Marenco (altro personaggio, compagno di strada di Dalisi, del quale mi sono occupato nel documentario) l’ispirazione per l’interpretazione del famoso Riccardino. Antonello Matarazzo - Marzo 2009 IL CAOS E IL MOVIMENTO, due o tre cose su Latta e cafè, Dalisi e Matarazzo Bruno Di Marino Imprevedibilità, partecipazione, riuso. Sono solo tre nozioni da cui si potrebbe partire per parlare dell’estetica di Riccardo Dalisi. Ma, accanto a una serie di concetti fondamentali intorno ai quali ruota l’immaginario dell’architetto-designer napoletano, ce n’è un altro che si è aggiunto di recente: il movimento. L’incontro tra Dalisi e Antonello Matarazzo - di cui chi scrive è stato testimone e intermediario nella veste di autore - ha prodotto un film singolare, Latta e cafè, con l’aggiunta del sottotitolo Riccardo Dalisi, Napoli e il teatro della decrescita, a sottolineare che non si tratta di un semplice portrait d’artista, ma di un lavoro dai contorni più vasti che prende in considerazione la cultura dell’arte povera e del riciclaggio, approfondendo il contesto sociale in cui Dalisi si muove da sempre. Dall’interazione tra Dalisi e un artista che lavora da molti anni con il video come Matarazzo, è naturalmente scaturito un doppio scambio: da un lato l’arte di Dalisi, i suoi personaggi di latta, le sue sculture, i suoi modellini architettonici, i suoi schizzi, hanno acquistato movimento o, meglio, hanno espresso audiovisivamente la loro anima mobile; dall’altro Matarazzo, che ha plasmato il proprio immaginario sulla ri-creazione seminarrativa del reale, ma anche sull’osservazione dell’alterità umana (la serie di quadri sui freaks, i paraplegici protagonisti del video Miserere, ecc.) ha avuto la possibilità di rileggere l’opera poliforme di un altro creatore, inventando un nuovo format, tutto sommato ancora poco sviluppato in Italia, un genere in bilico tra documentazione e sperimentazione. La stessa struttura adottata per Latta e cafè non è una struttura lineare, bensì caotica. Esattamente come caotico e non-lineare è il lavoro di Dalisi. Una scansione in capitoli sarebbe stata possibile ma probabilmente inutile. Ancora più inutile e difficile sarebbe stata una scansione cronologica. Raccontare per immagini la lunga e composita attività di un artista-architetto come Riccardo, richiede un’assoluta libertà di messa in scena. Ed è per questa ragione che Latta e cafè inizia in modo metafilmico, attraverso l’enunciazione di una struttura che sarà in gran parte disattesa dallo sviluppo del progetto. In questo senso quello che in parte è definibile un ritratto di Dalisi, rispecchia l’approccio e lo stile del soggetto stesso: Latta e cafè è un documentario “imprevedibile”, che tocca certi argomenti, si allontana, vi ritorna nuovamente, in un flusso schizofrenico riflesso dell’energia eclettica che informa l’estetica dalisiana. L’oggetto-principe dell’universo progettuale di Dalisi, ovvero la caffettiera, fa la sua comparsa nella prima parte del film per riapparire verso la fine: ed è solo un esempio di come nessun tema trattato da Matarazzo può essere concluso. Lo stesso vale per il rapporto tra Dalisi e i bambini. Un’estetica quella di Dalisi che è anche cinetica. Ed è per questa ragione che Latta e cafè non fa altro che mettere in evidenza, fino all’esplosione, quanto ci sia di mobile nelle creazioni di Riccardo. Movimento nell’accezione concettuale, secondo un’idea di sviluppo continuo delle teorie e le pratiche immaginative che si diffondono centrifugamente e che Dalisi condivide con gli artigiani, i bambini, la gente del rione Sanità, gli allievi e colleghi architetti che lavoravano ieri all’insegna delll’arte partecipata, oggi all’insegna di un’estetica della decrescita, attenta all’impatto dei materiali sull’ambiente. Movimento in senso concreto: i suoi personaggi di latta, a cominciare da Totocchio, prendono vita in una dimensione audiovisuale, creando ballletti meccanici, sketch, micro-messe-in-scena in teatrini miniaturizzati che assomigliano molto ai teatri cinetici delle ombre cinesi. Le sagome di lamiera, le bizzarre creature di latta sedute, parcheggiate, allineate sugli scaffali polverosi dell’atelier Dalisi a Posillipo, compongono un infinito presepe metamorfico, profano, mitologico che lo sguardo di Matarazzo è capace di animare, inserendole in un impazzito fluire di immagini che, non necessariamente, si costituisce in una narrazione, pur alludendovi. Il caos di una creazione in continua espansione, che si diffonde spesso e volentieri nello spazio pubblico, non solo partenopeo, assume - entro i bordi dell’inquadratura matarazziana - la forma e la forza di un’idea mai davvero afferrabile, registrabile, cristallizzabile. Ed è anche per questa ragione che lo stile sperimentale di Latta e cafè sembra l’unico plausibile da applicare al teatro instabile di Dalisi. L’artista Pistoletto, l’economista Latouche, il sacerdote da trincea Zanotelli non sono soltanto ospiti del documentario, ma compagni di ricerca, fiancheggiatori dell’architetto Dalisi e della sua idea di opera che acquista un senso solo all’interno di un contesto il quale ambisce a trasformare. Il richiamo alla vanitas, alla morte, alla decadenza delle cose e delle persone che si avverte nella lunga sequenza girata al cimitero delle Fontanelle nei sotterranei di Napoli, oltre a riportare il “fare” e il “pensare” dalisiano nell’alveo di una tradizione estetica ancestrale, ci aiuta meglio a comprendere quanto la sua arte si muova sul crinale ambiguo di un vitalismo ludico pronto in qualsiasi momento a rovesciarsi in un rituale drammatico. Il Totò disarticolato e marionettistico si dissolve nel pulcinella funereo che ci ricorda la vacuità dell’esistenza ma anche quanto gli oggetti creati siano effimeri e, proprio per questo, riciclabili all’infinito. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. L’architettura - come dice Riccardo nel finale di Latta e cafè - non è quella reale o materiale, ma quella che ciascuno sente, che tutti noi ci portiamo dentro, come idea di uno spazio utopico e virtuale. Il “Partenone dell’anima” potrebbe intitolarsi quest’ultimo capitolo del film. E così Dalisi da filosofo dell’abitare ridiventa bambino quasi ottuagenario alle prese con le sue variopinte maschere di carta. E nel suo sguardo smarrito che cerca invano approvazione, c’è tutta la solitudine dell’artista, proprio come la domanda di Schifano («Si ma l’artista?») che resta senza risposta nel suo film Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani di fronte alla ideologizzazione esasperata dell’arte; o come il Pasolini allievo di Giotto del Decameron che, davanti al suo affresco appena terminato, si chiede se non sia meglio sognare un’opera piuttosto che realizzarla davvero. Due film quelli di Pasolini e Schifano che sono due riflessioni sull’arte, curiosamente realizzate nello stesso periodo: 1969-70. E allora lo sguardo triste e innocente di Dalisi esprime proprio questo: il creatore resta comunque solo davanti alla propria opera, pur condividendola col mondo, perché solo lui ha in fondo le chiavi per accedervi. Bruno Di Marino - Ottobre 2009 LATTA E CAFÈ Riccardo Dalisi, tra i maggiori designer italiani, è parte di una generazione di inventori e operatori culturali che hanno lavorato a Napoli segnando la scena urbanistica e naturale della città. Antonello Matarazzo, uno dei più interessanti artisti visuali contemporanei, capace di raffinate contrazioni visive, in collaborazione con Bruno Di Marino, studioso di cinema sperimentale, raccontano Dalisi e la sua torrenziale inventiva formale, che spazia dalle maschere alle sculture alle sedie, raccogliendo testimonianze di amici e colleghi: non c'è angolo di strada, o caffetteria o scuola di cui abbia disegnato le forme che non abiti lo spazio che occupa come se facesse parte del paesaggio da sempre. Documentario sull’architetto designer. Mario Sesti (dal catalogo del IV Festival Internazionale del Film di Roma, Roma, Ottobre 2009) Dalisi in video, quando l’arte è «Latta e caffè» Un documentario davvero sui generis quello realizzato da Antonello Matarazzo e Bruno Di Marino. «Latta e cafè» con la forma della videointervista rende omaggio a un artista napoletano altrettanto sui generis: Riccardo Dalisi che ha spaziato dall’architettura alla scultura, dalla pittura al design, dal teatro all’animazione con i bambini di quartiere praticata negli anni '60 - '70. Una figura-chiave della cultura napoletana non omologata, un architetto e designer interessato sia alla produzione industriale che all’artigianato al quale ora Matarazzo, artista e video-maker, e Di Marino, critico e studioso di sperimentazione audiovisiva, hanno dedicato un video della durata di un’ora circa per rileggerne la modernità e la multiforme attività. Non è però un documentario canonico o un semplice ritratto d'artista come puntualizza Matarazzo: «L'idea di questo progetto nasce innanzitutto dall’ammirazione nei confronti di Dalisi. Ho pensato di rileggere creativamente la sua opera attraverso il video, uno strumento che pratico da una decina d’anni. "Latta e cafè " nasce dall’attrazione fatale di un artista per un altro artista. Ho sentito però l’esigenza di allargare il discorso anche al contesto, a Napoli, c’è una curiosa convergenza infatti tra Dalisi che lavora sui materiali poveri, di riciclo, e uno dei problemi che in questi ultimi anni ha tormentato la città: lo smaltimento dei rifiuti». Riccardo Dalisi, settantotto anni, è un artista e designer (sua la caffettiera Alessi) che vive e lavora a Napoli e i cui lavori sono presenti in numerose collezioni private e nei maggiori musei internazionali. Il suo stile lo porta a spaziare dal mitico al sacro, servendosi di materiali poveri (latta, ferro, rame, ottone, cartone). Antonello Matarazzo, quarantasette anni, è pittore, regista e videoartista e ha cominciato la sua attività come costumista al teatro Bellini di Catania, prima di lanciarsi, dal 1990, nel campo delle arti visive. «Latta e cafè», è il docufilm di Matarazzo prodotto da Aurelio e Luigi De Laurentiis, in cui si racconta l’incontro tra queste due visioni artistiche solo apparentemente lontane e che sarà presentato oggi in anteprima nella sezione «L’Altro Cinema - Extra» del Festival di Roma, in collaborazione con «Occhio sul Mondo». Matarazzo, dopo videoinstallazioni e cortometraggi questo, con 63 minuti di durata, è il suo primo «film» vero e proprio. Ce ne racconta la genesi? «Il progetto è nato per due casualità diverse: anni fa Aurelio De Laurentiis mi chiese se volessi realizzare un film che desse una visione ”positiva” di Napoli. Allora però m’interessava solo la videoarte, l’idea era troppo lontana da me. Poi un gallerista di Benevento ha chiesto a me e Riccardo di fare una mostra insieme, per contrapporre la sua ”arte povera” alla mia visione ”tecnologica”, siamo diventati amici e il mio contributo alla mostra è stato un video breve sul lavoro di Riccardo. Da allora è iniziata a maturare la voglia di un lavoro a più ampio respiro, che rispondeva all’originaria richiesta». Cosa pensa di Dalisi? «C’è una curiosa convergenza tra il fatto che lui lavori sui materiali poveri, di riciclo, insomma sugli scarti, e quello che è stato uno dei problemi che in questi anni ha tormentato la città: lo smaltimento dei rifiuti. Sono certo che una cosa emergerà dal film: tra i tanti bambini che compaiono nel documentario, quello che spicca con più forza di tutti è proprio Riccardo Dalisi, un uomo che alla soglia degli ottant’anni ha conservato intatti il suo sguardo ludico e il suo spirito infantile, una caratteristica comune ai più grandi creatori e che ha fornito all’architetto e umorista Mario Marenco (altro personaggio compagno di strada di Dalisi che appare nel documentario), l’ispirazione per interpretare il famoso Riccardino di ”Indietro tutta”». [...] Oscar Cosulich
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